p 59 .

Paragrafo 4 . La natura e le leggi.

Introduzione.

Accanto ai primi grandi sofisti, Protagora e Gorgia, hanno operato
altri esponenti della sofistica, ritenuti minori. Ad essi, poi, nel
corso del quarto secolo avanti Cristo, hanno fatto seguito i
rappresentanti della cosiddetta "reincarnata sofistica"(26).
Tra i primi si ricordano Prodico, Ippia e Crizia, tra i secondi i
cinici e i megarici, di cui parleremo nel capitolo seguente.
Soprattutto contro questi ultimi si dirige la critica serrata,
talvolta violenta, di Platone.

Prodico.

Prodico non solo non ignora, come non avevano ignorato Protagora e
Gorgia, i temi affrontati dai pi antichi filosofi, ma anche, a
differenza dei due primi grandi sofisti che avevano concentrato la
loro riflessione sull'uomo, egli torna a occuparsi esplicitamente
della natura nell'opera intitolata appunto Della natura.

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La natura e l'uomo.

Ma la natura di cui egli parla non  qualcosa di separato
dall'uomo, un oggetto a lui esterno da conoscere: essa  il terreno
su cui si svolge l'azione umana; uomo e natura non sono due entit
diverse, ma due momenti di un unico processo.
Il divenire dell'uomo e della natura non  regolato da nessuna
legge. La storia della natura  governata dal caso e ad essa 
intrecciata la storia dell'uomo, che con il proprio lavoro e la
propria azione la modifica e costruisce il proprio mondo, il
proprio linguaggio, crea con la tecnica la propria vita, costruisce
le citt e si d le leggi, che sono dunque un prodotto dell'uomo.
Quindi la societ, in tutte le sue manifestazioni,  frutto e
conquista dello sforzo umano: l'uomo non solo  misura di tutte le
cose, come sosteneva Protagora, ma artefice del suo proprio
mondo.(27)

L'analisi del linguaggio.

Dalla storicizzazione del rapporto fra uomo e natura e dalla
ricerca degli strumenti con cui  possibile agire sulla natura e
nei rapporti fra gli uomini nasce l'interesse di Prodico per le
parole, per la loro origine naturale e per le trasformazioni che
esse subiscono nell'uso. La ricerca delle origini delle parole
(etimologia) e lo studio dei vari significati assunti da ciascun
termine (sinonimica) deve avere occupato gran parte della
riflessione e dell'insegnamento di Prodico; su essi infatti insiste
la maggior parte delle testimonianze - una per tutte quella di
Platone, che sostiene che "Prodico ha fama d'esser tra i sofisti il
pi raffinato nel fare distinzioni di parole"(28).
Come per Gorgia, che con la parola riesce a rendere dignit a una
donna infamata, anche per Prodico il linguaggio  essenziale,
perch  lo strumento privilegiato di comunicazione tra gli uomini
e quindi di costruzione della societ e di definizione delle sue
leggi. E la societ e le leggi, frutto dell'azione dell'uomo, sono
suscettibili di continui cambiamenti e riformulazioni.

Ippia.

Platone, che, come vedremo, si contrappone in maniera decisa ai
sofisti e alle loro dottrine, dedica ben due dialoghi a Ippia
(Ippia maggiore e Ippia minore) e ne fa uno degli interlocutori
principali di un altro dialogo, il Protagora. Eppure si sa ben poco
di questo sofista e molto scarsi e scarni sono i frammenti che di
lui ci sono pervenuti; pertanto - come per la maggior parte dei
sofisti - siamo costretti a ricorrere a testimonianze non sempre
attendibili, perch spesso provenienti da detrattori della
sofistica.

p 61 .

La natura e le leggi.

Come Prodico, anche Ippia indaga la natura (phy'sis) ricercandone
il rapporto con il costume e la legge (nmos) degli uomini. E, come
tutti i sofisti, anche Ippia insiste sul carattere relativo delle
norme che gli uomini si sono dati: le leggi non provengono n dagli
di n dalla natura, anzi spesso la legge, "che  tiranno degli
uomini, costringe a molte azioni contro la natura"(29).
In Ippia, quindi, verrebbe ad assumere un carattere esplicito la
contrapposizione fra natura e leggi: Ippia oppone alle leggi degli
uomini, che sono diverse da citt a citt e da epoca a epoca e che
spesso impongono la lotta e l'inimicizia reciproca, una tendenza
naturale all'amicizia e alla collaborazione tra gli uomini che
qualche studioso ha voluto leggere addirittura come una
affermazione di cosmopolitismo.(30) In ogni caso sembra certo che,
per Ippia, le leggi della natura assumano un carattere di legge
universale o che comunque operi all'interno della natura una
qualche forma di Lgos.

Crizia.

Non gli di hanno creato gli uomini, ma gli uomini gli di.

Per Crizia non solo le leggi ma anche gli stessi di sono opera
degli uomini.
Gi Prodico aveva sostenuto che sono stati "dapprima ritenuti e
onorati come di i nutrimenti e le cose utili, e dopo questi, gli
scopritori sia di cibi, sia di ripari, sia di altri ritrovati"(31).
Crizia va ben oltre: afferma che gli di sono stati inventati dagli
uomini, o pi precisamente da "un uomo ingegnoso e saggio di
mente", allo scopo di impedire quei delitti che le leggi non
riuscivano a evitare.
Le leggi, in grado di distogliere gli uomini dal compiere
apertamente violenze, erano infatti inefficaci verso chi le compiva
di nascosto. Ecco che allora qualcuno saggio e ingegnoso invent
"una specie di ispettore delle azioni umane", "uno spauracchio per
i malvagi"(32) - come scrive Sesto Empirico riferendo il pensiero
di Crizia -: la divinit eterna, che pu udire e vedere tutto
quanto gli uomini compiono, dicono e pensano.

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Anche gli di, quindi, si separano e si distinguono dalla natura
per diventare nmos, convenzione, prodotto dell'uomo, strumento
dell'intelligenza dell'uomo per governare gli altri uomini, che -
contrariamente a quanto pensava Ippia - non sono per Crizia
naturalmente inclini all'amicizia, ma piuttosto a una "vita
disordinata e ferina".

